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STUDIO LIMONI
Marzo 2026

COME IN UN CORO CHE PROVA AL BUIO

La mostra inaugurale di FRENCH PLACE, a Milano, non si offre come un discorso compatto: si presenta piuttosto come un campo vibrante, dove le opere non chiedono di essere allineate, ma ascoltate. In italiano, “corale” è una parola che eccede la musica. Non è soltanto un canto a più voci: è un modo di stare insieme. È un’idea di collettività che non pretende fusione, che non cancella le differenze. Questo scarto semantico — intraducibile in inglese — diventa la ferita generativa della mostra: un luogo in cui pluralità e attrito non vengono risolti, ma custoditi.

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Febbraio 2026

STANZE VUOTE, PRESENZE LEGGERE

Nella mostra "Empty Rooms II" alla Galleria Raffaella Cortese, Joan Jonas costruisce un ambiente fatto di sculture sospese, video e suono che interroga il legame tra memoria e perdita senza offrire spiegazioni. Attraverso materiali fragili e immagini che sembrano provenire da racconti lontani, l’installazione invita a una riflessione intima sul modo in cui ciò che non è più visibile continua a modellare il presente. L’esperienza diventa così un confronto personale con l’assenza, la trasformazione e la persistenza dei ricordi.

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YELLOWSAKE: IL GIALLO CHE RESPIRA

Alla ArtNoble Gallery, la mostra Yellowsake – giallocanarino di Fabio Marullo diventa un viaggio interiore nella materia e nel tempo. Attraverso un percorso immersivo che prende come simbolo l’uranio – elemento ambivalente, primordiale e invisibile – l’esposizione riflette sul nostro rapporto con la Terra e con ciò che sfugge al controllo umano. Tra immagini metamorfiche, presenze simboliche e atmosfere sospese, il visitatore è invitato a confrontarsi con una percezione più profonda della realtà, dove memoria, trasformazione e immaginazione si intrecciano. L’esperienza della mostra si traduce così in una meditazione poetica sulla fragilità e sulla potenza della materia, e sul modo in cui essa continua a lavorare silenziosamente dentro di noi.

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MUSSAT SARTOR: LA MISURA DELLO SGUARDO

La mostra “OBIETTIVO, ARTE POVERA. Un viaggio nell’arte dal 1968” restituisce il ruolo decisivo di Paolo Mussat Sartor nella costruzione della memoria visiva dell’Arte Povera. Più che un semplice testimone, il fotografo torinese è stato un interlocutore attivo degli artisti che hanno ridefinito il linguaggio dell’arte italiana tra gli anni Sessanta e Settanta. Le sue immagini — dedicate a figure come Anselmo, Boetti, Kounellis, Merz, Paolini, Penone, Pistoletto e Zorio — non documentano soltanto le opere, ma ne interpretano la logica interna attraverso uno sguardo rigoroso, mentale, eticamente partecipe. Accanto ai ritratti e alle documentazioni storiche, le fotografie dei Viaggi rivelano la dimensione più intima del suo lavoro: un esercizio continuo di attenzione che lega indissolubilmente arte, spazio e memoria.

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TENSIONE CONTINUA, FILI SCOPERTI

"Live Wires" mette in relazione le pratiche di Sheila Hicks e Paolo Icaro attraverso un dialogo fatto di tensioni, affinità silenziose e distanze mantenute. Le opere non cercano una sintesi né un linguaggio comune, ma convivono in uno stato di equilibrio instabile, dove materia, spazio e gesto restano aperti alla possibilità del cambiamento. Fili, masse, linee e accumuli generano un campo di forze sensibile, in cui il fare artistico si manifesta come processo, ascolto e continua ridefinizione. La mostra si configura così come un’esperienza percettiva e temporanea, più vicina a una vibrazione che a una forma conclusa.

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LA VERITÀ CHE CAMBIA, NÉ CHIARISCE NÉ CONSOLA

Armando Andrare Tudela viene accolto negli spazi della galleria milanese Francesca Minini con la mostra personale “Cerco” inaugurata alla fine di Gennaio. Il nuovo anno per l’arte contemporanea inizia con l’immersione in un’esperienza diretta di  un’attenzione forzata, una memoria che lavora per stratificazioni, un rapporto fisico con immagini e suoni che non cercano mai di chiarirsi del tutto. Attraverso disegni, serigrafie, film e installazioni sonore, Cerco costruisce un campo di tensione in cui pedagogia, ideologia e corpo si intrecciano senza mai risolversi in un discorso pacificato. Il testo assume questa opacità come metodo, restituendo la mostra non come un insieme di opere, ma come una condizione che continua ad agire anche dopo la visione.

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