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STUDIO LIMONI
Febbraio 2026

MUSSAT SARTOR: LA MISURA DELLO SGUARDO

La mostra “OBIETTIVO, ARTE POVERA. Un viaggio nell’arte dal 1968” restituisce il ruolo decisivo di Paolo Mussat Sartor nella costruzione della memoria visiva dell’Arte Povera. Più che un semplice testimone, il fotografo torinese è stato un interlocutore attivo degli artisti che hanno ridefinito il linguaggio dell’arte italiana tra gli anni Sessanta e Settanta. Le sue immagini — dedicate a figure come Anselmo, Boetti, Kounellis, Merz, Paolini, Penone, Pistoletto e Zorio — non documentano soltanto le opere, ma ne interpretano la logica interna attraverso uno sguardo rigoroso, mentale, eticamente partecipe. Accanto ai ritratti e alle documentazioni storiche, le fotografie dei Viaggi rivelano la dimensione più intima del suo lavoro: un esercizio continuo di attenzione che lega indissolubilmente arte, spazio e memoria.

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TENSIONE CONTINUA, FILI SCOPERTI

"Live Wires" mette in relazione le pratiche di Sheila Hicks e Paolo Icaro attraverso un dialogo fatto di tensioni, affinità silenziose e distanze mantenute. Le opere non cercano una sintesi né un linguaggio comune, ma convivono in uno stato di equilibrio instabile, dove materia, spazio e gesto restano aperti alla possibilità del cambiamento. Fili, masse, linee e accumuli generano un campo di forze sensibile, in cui il fare artistico si manifesta come processo, ascolto e continua ridefinizione. La mostra si configura così come un’esperienza percettiva e temporanea, più vicina a una vibrazione che a una forma conclusa.

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LA VERITÀ CHE CAMBIA, NÉ CHIARISCE NÉ CONSOLA

Armando Andrare Tudela viene accolto negli spazi della galleria milanese Francesca Minini con la mostra personale “Cerco” inaugurata alla fine di Gennaio. Il nuovo anno per l’arte contemporanea inizia con l’immersione in un’esperienza diretta di  un’attenzione forzata, una memoria che lavora per stratificazioni, un rapporto fisico con immagini e suoni che non cercano mai di chiarirsi del tutto. Attraverso disegni, serigrafie, film e installazioni sonore, Cerco costruisce un campo di tensione in cui pedagogia, ideologia e corpo si intrecciano senza mai risolversi in un discorso pacificato. Il testo assume questa opacità come metodo, restituendo la mostra non come un insieme di opere, ma come una condizione che continua ad agire anche dopo la visione.

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THOMAS RUFF: LA LUCE CHE NON ILLUMINA

Lontano da una lettura storica o curatoriale, l’articolo attraversa la mostra monografica di Thomas Ruff come uno spazio di permanenza percettiva, in cui la fotografia perde la sua funzione rappresentativa per diventare superficie, resistenza, durata. Attraverso uno sguardo soggettivo e intimo, la scrittura indaga il rapporto tra luce, tempo e visibilità, restituendo l’incontro con le immagini come un’esperienza corporea e instabile, in cui il vedere non coincide più con il comprendere, ma con l’accettazione dell’incertezza.

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Gennaio 2026

DESIDERIO, TRACCIA, COABITAZIONE: UNA CITTÀ SENTITA

Questo testo nasce da un attraversamento personale della mostra “A te non resta che abitare questo desiderio”. Il desiderio viene inteso non come tensione da soddisfare, ma come condizione da sostenere nel tempo: una presenza fragile, inquieta, che attraversa materiali, corpi e spazio. Le opere costruiscono una narrazione non lineare della città, fatta di tracce, residui, memorie intermittenti e gesti quotidiani. Abitare diventa allora una pratica esposta, una forma di attenzione che accetta l’incompletezza e la coabitazione delle differenze. Il testo restituisce la mostra come un’esperienza che non si esaurisce nello spazio espositivo, ma continua a operare nel modo in cui guardiamo, tocchiamo e riconosciamo ciò che ci circonda.

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QUELLO CHE RESTA DEL CORPO, ANATOMIA DI ECHI E SILENZI

“Resonances” diventa il luogo di un’esperienza silenziosa, in cui il corpo — pur assente — si manifesta attraverso tracce, superfici e memorie sedimentate. La scrittura procede per risonanze, lasciando che le opere di Isabella Benshimol Toro ed Emma Moriconi attivino una riflessione intima su ciò che resta dei gesti quotidiani, delle anatomie invisibili e delle relazioni che ci attraversano. Più che una lettura critica, l’articolo è un tentativo di abitare lo spazio tra presenza e mancanza, e di ascoltare ciò che continua a vibrare anche dopo l’uscita dalla mostra.

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