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STUDIO LIMONI
Febbraio 2026

LA VERITÀ CHE CAMBIA, NÉ CHIARISCE NÉ CONSOLA

Armando Andrare Tudela viene accolto negli spazi della galleria milanese Francesca Minini con la mostra personale “Cerco” inaugurata alla fine di Gennaio. Il nuovo anno per l’arte contemporanea inizia con l’immersione in un’esperienza diretta di  un’attenzione forzata, una memoria che lavora per stratificazioni, un rapporto fisico con immagini e suoni che non cercano mai di chiarirsi del tutto. Attraverso disegni, serigrafie, film e installazioni sonore, Cerco costruisce un campo di tensione in cui pedagogia, ideologia e corpo si intrecciano senza mai risolversi in un discorso pacificato. Il testo assume questa opacità come metodo, restituendo la mostra non come un insieme di opere, ma come una condizione che continua ad agire anche dopo la visione.

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THOMAS RUFF: LA LUCE CHE NON ILLUMINA

Lontano da una lettura storica o curatoriale, l’articolo attraversa la mostra monografica di Thomas Ruff come uno spazio di permanenza percettiva, in cui la fotografia perde la sua funzione rappresentativa per diventare superficie, resistenza, durata. Attraverso uno sguardo soggettivo e intimo, la scrittura indaga il rapporto tra luce, tempo e visibilità, restituendo l’incontro con le immagini come un’esperienza corporea e instabile, in cui il vedere non coincide più con il comprendere, ma con l’accettazione dell’incertezza.

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Gennaio 2026

DESIDERIO, TRACCIA, COABITAZIONE: UNA CITTÀ SENTITA

Questo testo nasce da un attraversamento personale della mostra “A te non resta che abitare questo desiderio”. Il desiderio viene inteso non come tensione da soddisfare, ma come condizione da sostenere nel tempo: una presenza fragile, inquieta, che attraversa materiali, corpi e spazio. Le opere costruiscono una narrazione non lineare della città, fatta di tracce, residui, memorie intermittenti e gesti quotidiani. Abitare diventa allora una pratica esposta, una forma di attenzione che accetta l’incompletezza e la coabitazione delle differenze. Il testo restituisce la mostra come un’esperienza che non si esaurisce nello spazio espositivo, ma continua a operare nel modo in cui guardiamo, tocchiamo e riconosciamo ciò che ci circonda.

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QUELLO CHE RESTA DEL CORPO, ANATOMIA DI ECHI E SILENZI

“Resonances” diventa il luogo di un’esperienza silenziosa, in cui il corpo — pur assente — si manifesta attraverso tracce, superfici e memorie sedimentate. La scrittura procede per risonanze, lasciando che le opere di Isabella Benshimol Toro ed Emma Moriconi attivino una riflessione intima su ciò che resta dei gesti quotidiani, delle anatomie invisibili e delle relazioni che ci attraversano. Più che una lettura critica, l’articolo è un tentativo di abitare lo spazio tra presenza e mancanza, e di ascoltare ciò che continua a vibrare anche dopo l’uscita dalla mostra.

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DOVE LE IMMAGINI RESPIRANO: NOTE DA VENUS GENETRIX

“Venus Genetrix” – in esposizione a Milano presso Cassina Projects fino al 13 marzo 2026 – presenta un incontro tra le opere di Claudio Massini e Jacopo Pagin, accompagnate da una statua romana di Venus Genetrix che non domina ma accompagna lo sguardo. Le opere di Massini emergono come superfici dense e meditate, mentre quelle di Pagin si mostrano fluide, instabili, in un continuo slittamento tra colore, ornamento e gesto. La mostra non propone risposte chiare, ma invita a un ascolto delle immagini e dei sensi, generando uno spazio dove permanenza e trasformazione convivono. In questo testo, l’esperienza della visita diventa lente per interrogarsi su come la bellezza e l’immagine si sedimentano dentro chi osserva.

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FATA MORGANA: OLTRE LA COLTRE DELL'INVISIBILE

“Fata Morgana: memorie dall’invisibile” dà una prospettiva dichiaratamente personale, lasciando che la mostra agisca più come esperienza che come oggetto di analisi. Attraverso una riflessione soggettiva sulle opere e sulle figure marginali che le abitano — medium, mistiche, artiste visionarie — il testo interroga il rapporto tra arte, invisibile e conoscenza non razionale. Ne emerge uno sguardo critico sul bisogno contemporaneo di controllo e spiegazione, e sulla possibilità che l’arte continui a operare come spazio di urgenza, rischio e inquietudine.

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